Lavoro e progresso tecnologico, negli ultimi tempi, non sempre convergono verso la crescita del benessere delle persone.
L’intensificarsi della ricerca e delle applicazioni della robotica e della cosiddetta “intelligenza artificiale” riattualizza il tema della “disoccupazione tecnologica”, dibattito sempre aperto tra gli economisti.
Sono sempre meno numerose le attività lavorative che possono dirsi completamente estranee al rischio di vedersi “sostituite”, in tutto o in parte, da una macchina o da un algoritmo informatico; tutti i lavoratori sono esposti ai processi di trasformazione dell’economia, dall’industria in particolare, ai trasporti, al commercio, ai servizi fino alle professioni intellettuali.
Lo sanno bene i lavoratori di Stellantis in Basilicata, a Melfi, a Termoli e negli altri stabilimenti italiani ed europei che vivono sulla propria pelle le trasformazione del processo industriale per produrre l’auto elettrica che sta determinando una riduzione complessiva dell’occupazione.
Fu l’economista inglese John Maynard Keynes, una novantina di anni or sono, a parlare per primo di disoccupazione tecnologica, come conseguenza dell’evoluzione tecnologica. Da allora fino ad oggi, l’annunciato pericolo della riduzione del lavoro umano è sempre stato smentito dagli effetti compensativi prodotti dal progresso tecnologico.
Immaginiamo due forze contrapposte che si confrontano: da una parte c’è un eroe, dall’altra un mostro aggressivo da domare, in un confronto probabilmente senza fine. L’avversario aggressivo si alimenta della cosiddetta “forza di sostituzione”, dannosa perchè agisce nel rimpiazzare il lavoro umano con gli automatismi delle macchine per eseguire attività ripetitive, di routine. Il nostro eroe, invece, si avvale della forza definita “complementare”, positiva, perchè agisce nella direzione di allargare l’economia, di ampliare numerosità e varietà di prodotti e servizi a prezzi contenuti per i consumatori che incrementerebbero il loro potere di acquisto, grazie agli efficientamenti ottenuti con il progresso tecnologico e, quindi, ad ampliare l’occupazione.
Entrambi lottano per il predominio e possiamo dire che fino ad oggi, complessivamente, guardando il sistema nella sua globalità, la forza complementare ha avuto la meglio perchè è riuscita ad allargare la torta dell’economia creando, nel complesso, più posti di lavoro rispetto a quelli perduti a causa del progresso tecnologico.
Restano le ferite sociali, la moltitudine di singole storie di vita coinvolte che non trovano conforto nel considerare il fenomeno nella sua complessità; tanti singoli uomini e donne, singolarmente presi, che non si salvano solo perchè sono consapevoli che i posti di lavoro generati dall’innovazione tecnologica sono maggiori rispetto a quelli persi.
La narrazione del progresso come dispensatore di benessere e libertà per gli uomini deve fare i conti con i percorsi di vita reali, con le persone che perdono il lavoro, cioè con coloro che, loro malgrado, interpretano la parte minoritaria – ma molto numerosa – degli sconfitti nella gara dell’innovazione. Si perchè bisogna sempre tener presente che ci sono tanti singoli sconfitti in carne e ossa.
Una recente involuzione, determinata anche dalla eccessiva e completa privatizzazione del mercato del lavoro, ha avvicinato il lavoratore “precario” di oggi al lavoratore “proletario” fotografato da Marx agli albori della rivoluzione industriale. Dovrebbe essere nostra cura quella di far corrispondere all’avanzamento dei processi produttivi il parallelo avanzamento delle condizioni di tutti coloro che partecipano alla creazione del valore nel sistema economico, lavoratori compresi. Se cambia la formula di impiego dei fattori di produzione nell’economia e quindi anche nel lavoro, non dobbiamo aver paura di cambiare anche l’architettura sociale nella direzione di una società dove l’individuo può essere costretto e anche giustamente interessato a dedicare meno tempo al lavoro senza, per questo, compromettere la sicurezza del suo nucleo familiare.
Non possiamo tornare indietro ne immaginare di fermare il progresso tecnologico, ma possiamo accompagnare le trasformazioni con un sistema di welfare molto più spinto che garantisca a tutti i lavoratori la tranquillità di far fronte ai bisogni primari della famiglia, soprattutto se si considera la prospettiva di una espansione dell’economia, del valore aggiunto e quindi della crescita del P.I.L. accompagnato da una riduzione del tasso di attività della popolazione, cioè di una riduzione effettiva dell’offerta di lavoro.
Come si distribuisce più ricchezza con un minor volume di lavoro umano?
Una nuova forma assicurativa che abbracci le famiglie e che consenta loro di disporre sempre del minimo indispensabile in attesa di reinserirsi, un meccanismo che garantisca continuità alla sussistenza di un nucleo familiare che perde il lavoro, con la rata di mutuo o l’affitto della casa, le bollette, i beni alimentari, l’istruzione etc.. Insomma un istituto giuridico, comunque denominato, da qualunque forza politica promosso, in grado di dare concretezza all’esistenza di uno Stato Repubblicano basato sul prioritario valore della libertà sociale.
