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MELFIA: GIOIE E DOLORI DELLA CITTA’

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Se aveste la fortuna di sorvolare la città di Melfi dall’alto, potreste ammirare la forma che nel corso del tempo l’abitato ha assunto. Un tempo, per vederla, bisognava “avere il privilegio” di possedere le carte dei piani regolatori, sostituite dal Regolamento Urbanistico che abbiamo approvato nel novembre del 2020. Oggi basta cliccare nella “grande rete” per vedere le immagini dall’alto, che la tecnologia ci offre e mette a disposizione di tutti, per fantasticare su quale sia la creatura animale coincidente con la forma dell’articolazione del centro abitato di Melfi.

Io penso a un felino, un giaguaro o meglio a una leonessa (mamma Leonessa anzichè un Re Leone, perché per me la città è “madre”), con il cranio ben piantato nel centro storico e il corpo che, da Piazza Abele Mancini (la cervicale), si allunga fino alla Bicocca, dove sono posizionate le “zampe posteriori” coincidenti con Viale Pratilamia.  Qualcun altro ci vedrà un lucertolone, oppure il “Basilisco Alato”, il leggendario simbolo della città, comunemente conosciuto come il “Drago”.

Ma c’è un elemento incontrovertibile, oggettivo, che prescinde dalle soggettive suggestioni che stimolano in ognuno di noi la fantasia sull’immagine della città, frutto di ogni singola esperienza di vita. Quell’elemento indiscutibile, che ha modellato la forma dell’infrastruttura urbana, che esisteva prima che i Bizantini insediassero il primo nucleo abitato fortificato nell’anno 1018, è senza dubbio la MELFIA.

Il fiume che ha dato il nome alla città o da cui ha preso il nome, è quell’elemento portante dello scheletro, forse il suo midollo, che nei secoli e nel presente, più di ogni altro fattore ha influenzato il dispiegamento dell’intera infrastruttura urbana.

Oggi noi, come comunità, come singoli cittadini, stiamo sottovalutando (per non dire che stiamo maltrattando) l’elemento che più di ogni altro abbiamo impresso nel nostro carattere.

Come cittadini ignoriamo i danni che facciamo a noi stessi per non essere capaci di curare e valorizzare la linfa vitale di Melfi.

L’abbiamo vista come un problema di carattere “edilizio” e così l’abbiamo prepotentemente interrata, allontanandola dai nostri occhi.

La utilizziamo come pattumiera, o peggio come terminale degli scarichi abusivi di abitazioni e insediamenti produttivi.

Ma allora non dobbiamo lamentarci se la Melfia emana cattivi odori o se, quando piove intensamente, urla e ci riversa il suo dolore allagando tratti di strada e case circostanti imprudentemente realizzate nelle sue vicinanze.

Eppure quel delicatissimo sistema ha rappresentato nel passato e rappresenta, oggi nel presente, un elemento vitale, senza il quale probabilmente non reggerebbe il tessuto urbano.

E’ stato elemento vitale in passato, con la sua energia che alimentava i numerosi mulini che sfamavano e alimentavano l’economia cittadina. Potrebbe esserlo oggi, ancor più della sua antica e insostituibile funzione di recettore di scarico dei reflui fognari depurati (veramente depurati, quando la Regione si deciderà a realizzare il nuovo depuratore, opera che attendiamo dal 2013/2014).

Ma noi oggi non riusciamo ancora ad innescare un processo di valorizzazione turistica di un suggestivo luogo che potrebbe prestarsi a far elevare la bellezza del Paesaggio e a far crescere economia e occupazione.

Su questo Noi tutti, i cittadini, le Associazioni, gli Istituti Scolastici e la cosiddetta “comunità educante”, insieme all’Amministrazione Comunale dovremmo darci da fare.  Dobbiamo impegnarci a rispettarla, innanzitutto, per far si che la Melfia per Noi tutti costituisca fonte più di gioie e meno di dolori.

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