L’Hub industriale Europeo, è questo l’auspicio del segretario confederale della UIL Vincenzo Tortorelli, per l’area industriale di Melfi. Non possiamo che essere d’accordo con lui, anche quando parla di emergenza.
Oggi c’è una fase di crisi occupazionale e siamo in piena emergenza.
E’ saltato lo schema produttivo di 10 anni fa, che portò a una importante crescita occupazionale e oggi, purtroppo, non ci sono compensazioni che possono recuperare l’occupazione perduta, perchè non sono stati costruiti i presupposti.
Salta l’anello più debole della catena dell’indotto, cioè le aziende della logistica che avevano svolto una funzione di supporto, con lavorazioni strettamente legate all’impiego di manodopera. Nello schema produttivo dell’era “Marchionne – FCA” ci fu un’esplosione occupazionale diretta, nello stabilimento ex FCA e indiretta, nella logistica.
L’affidamento delle attività di sequenziamento erano caratterizzate da una fortissima incidenza di manodopera, circostanza che ha sempre fatto discutere sulla “genuinità” degli appalti e delle relative condizioni di lavoro. La competizione sui costi, non sempre basata sulla correttezza, ha spesso forzato sui trattamenti contrattuali ai danni dei lavoratori. Molto elevata era la quota di lavoro precario, a partire dalla durata dei contratti, in alcuni casi “settimanali”, che impoverivano le condizioni economiche. Numerosi i casi di liquidazioni e di fallimento di società sostituite con altre, a causa del trasferimento delle diseconomie sui debiti fiscali non pagati.
Uno schema produttivo oggi archiviato, perchè quelle lavorazioni prima esternalizzate oggi sono già state internalizzate nel processo produttivo di Stellantis. A pagarne le spese i lavoratori dell’indotto e della logistica.
Ma non finisce qua perchè il nuovo assetto produttivo ridimensiona anche l’occupazione diretta (dentro lo stabilimento Stellantis) e non si può prevedere, nel futuro, quale potrà essere lo spazio di mercato dei nuovi modelli elettrici che Stellantis produrrà a Melfi.
Nel frattempo non è accaduto nulla. Tre anni trascorsi nell’ immobi-lismo istituzionale, nonostante si lanciò l’allarme della futura crisi nell’aprile 2021, in un Consiglio Comunale aperto a Melfi, con un’ampia partecipazione.
Istituzioni locali, regionali e nazionali non sono riuscite a deviare una traiettoria che, per onestà intellettuale, va detto, è innanzitutto segnata dalla dimensione mondiale del campionato cui partecipa l’industria dell’auto.
Un campionato ultra competitivo che richiederebbe l’armoniosa collaborazione tra impresa e istituzioni.
Il provvedimento sull’Area di crisi complessa è sufficiente? E’ utile ma non sufficiente.
L’idea del Comune di Melfi di ridurre la tassa rifiuti cosa ha prodotto? Nulla, salvo aumentare la TARI alle famiglie, compresi coloro che hanno perso il posto di lavoro.
La Regione cosa ha prodotto? Nulla o quasi. Nessuna attività di rigenerazione del tessuto industriale si è vista, anzi, l’agenzia che dovrebbe occuparsi di politica industriale (ex ASI, oggi APIBAS) è in estrema difficoltà operativa e, fra l’altro, non ha mantenuto la continuità della gestione dei servizi condominiali e la fluidità dei processi amministrativi urbanistici e infrastrutturali. Meglio sarebbe stato trasferire quelle competenze ai Comuni, ma neanche questo si è fatto.
Insomma siamo all’anno zero, in una condizione di estrema fragilità che richiederebbe almeno due impegni:
Il primo, più importante, è quello di lavorare tutti insieme, seriamente, senza strumentalizzazioni, su un argomento decisivo per l’intera Basilicata e il Mezzogiorno. Bisogna incentivare l’insediamento di nuove attività industriali, del tipo che richiedono manodopera. L’obiettivo prioritario per le Istituzioni e la politica è il lavoro, non semplicemente l’impresa che fa profitti senza dare lavoro. Per questo serve una politica industriale orientata al lavoro. La collaborazione con le associazioni industriali e il lavoro delle Istituzioni, in armonia dal livello nazionale fino all’ultimo livello locale deve favorire nuovi progetti.
Il secondo impegno è quello di evitare che sulla crisi, a carico di migliaia di lavoratori, si generino occasioni di passerella elettorale che molti hanno già messo in campo.








